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Le novità del Piano Nazionale Industria 4.0

 

 

Il Piano Nazionale Industria 4.0 è un modello piuttosto complesso fatto di incentivi per gli investimenti privati – tramite il super ammortamento al 250% per i nuovi macchinari – e un’altra direttrice che palazzo Chigi spera di migliorare, quella del contributo dei ricercatori universitari, che si prevede raddoppi nell’ambito dell’impresa come in proporzione alla crescita dell’interesse delle nuove generazioni mostrata per lo sviluppo e l’innovazione (basti pensare a tutto l’ecosistema startup).

Il piano prevede una cabina di regia a livello governativo dove insieme ai ministeri coinvolti siedono i politecnici (Milano, Torino e Bari) e la Sant’Anna di Pisa, i centri di ricerca, le associazioni di categoria e i sindacati; consapevoli del fatto che il sistema industriale è molto spesso semi-industriale perché basato sulle piccole e medie imprese, che limita la presenza e il peso dei grandi player nei processi decisionali, si è pensato che l’unico modo di guidare il Paese verso questa industria 4.0 sia orientare in modo neutrale una governance pubblico/privato. Lo Stato, da parte sua, cercherà di assicurare sempre più banda larga (si vuole copertura totale a 30 mbps nelle aziende entro quattro anni e il 50% delle aziende a 100 mbps), criteri di interoperabilità degli IoT e un paio di miliardi nel Fondo di Garanzia e nei contratti di sviluppo territoriale.

Attualmente l’ammortamento è del 140% ma si vuole portarlo al 250% (si arriva a un “iperammortamento”, per cui se ad esempio un’azienda acquista un robot da un milione di euro la riduzione delle tasse in 5 anni arriverebbe a 360 mila euro), cioè lo Stato agevola molto l’acquisto di soluzioni avanzate e in più aggiunge un credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo fino a 20 milioni di euro, detrazioni fiscali fino al 30% per investimenti fino a un milione di euro nelle startup e pmi innovative, altri fondi dedicati alla brevettazione e al co-matching con startup industry 4.0. Ovviamente l’obiettivo è recuperare terreno rispetto agli altri Paesi facendo diventare l’Italia quello col più alto tasso di investimento early stage.